
I pesci non hanno gambe di Jón Kalman Stefánsson

"Non lo dico con risentimento, ma Ari è l'unica persona che avrebbe potuto trascinarmi di nuovo in questo posto, sulla sterminata distesa di lava nera che si è arrestata nella sofferenza centinaia di anni fa, in alcune zone nuda ma in qualche punto il muschio è riuscito ad ammorbidirla e consolarla, vestirla di silenzio e di consolazione; ci allontaniamo in macchina dalla città, oltrepassiamo il lungo stabilimento per la lavorazione dell'alluminio e ci addentriamo nel campo di lava che prima è un urlo arcaico, poi un silezion avattato dal muschio."
Ho letto I pesci non hanno gambe di Jón Kalman Stefánsson, pubblicato in Italia da Iperborea con la traduzione di Silvia Cosimini, insieme al mio amato Bookclub Senza Titolo, il gruppo di lettura "fisico" (si dice così per differenziarli da quelli social con incontri online). E' stata una lettura molto discussa all'interno del gruppo, che non ha accontentato i gusti di tutti. Durante la discussione - che è stata molto divertente - i maggiori dubbi sono stati sollevati per i continui salti temporali a cui la lettura porta e per la difficoltà conseguente di comprendere le azioni dei personaggi di cui Stefànsson racconta. Questo libro è stata una mia proposta, partita dalla voglia di esplorare la letteratura che arriva dal Nord Europa e, per farla, mi sono affidata al consiglio della mia amica Benedetta (mendel.dei.libri su instagram) che conosce bene quella parte di letteratura e a cui devo dire davvero grazie.
Il mio rapporto con questa storia è stato immersivo; sono riuscita a calarmi in quel che la voce narrante racconta e seguire il presente del protagonista così come i flashback in cui si presentano i suoi famigliari. Al centro del romanzo c'è Ari, poeta ed editor che torna in Islanda, nella cittadina di Keflavik da dove era andato via, quasi all'improvviso, dopo aver lasciato - e distrutto senza motivo apparente - il proprio matrimonio. Il suo non è solo un rientro alle origini o un viaggio geografico, piuttosto è un ritorno forzato nei luoghi del ricordo, nel quale affiorano episodi, sentimenti, segreti che non possono tacere ancora a lungo. La narrazione alterna il presente di Ari al passato dei suoi genitori e dei suoi nonni, costruendo un mosaico familiare che attraversa generazioni.
Non c'è una linea retta precisa: Stefánsson costruisce una vera e propria genealogia narrativa, stratificata, dove i ricordi emergono nella narrazione come relitti riportati a riva. E' un modo per riflettere sul passato, che non è mai passato davvero, riaffiora nel presente, lo plasma, anche se si tenta di rimuoverlo e di ignorarlo. E così mentre il passato torna, di pari passo i luoghi (Keflavik e l'Islanda) interagiscono in maniera attiva, non sono uno sfondo: il gelo, la neve, il mare, il freddo e la luce del nord definiscono la vita e il carattere dei personaggi. I pesci non hanno gambe diventa una metafora: così come i pesci non possono uscire dal loro elemento, anche i protagonisti non possono sottrarsi alla loro natura, alle proprie ferite e alle proprie radici. E' come se l'isolamento geografico e la conformazione del territorio fungessero da amplificatori per i conflitti interiori.
Questa sensazione si ha anche quando Stefànsson va dietro nel tempo e ci racconta la storia dei nonni di Ari: la nonna Margrét, tornata dal Canada con sogni di libertà e presto intrappolata nella rigidità del villaggio di pescatori. Innamorata di Oddur, figura che incarna la durezza della vita legata al mare, lo sposa, avranno figli. Margrét, a mio parere, è uno dei personaggi più potenti del romanzo: donna irrequieta, percepita come "diversa", vive un conflitto tra desiderio e realtà che anticipa quello di Ari.
E con Margrét e il racconto della sua vita viene messo in risalto un altro punto forte di questo romanzo: l'incapacità di comunicare che viene tramandata come eredità familiare; anche il rapporto tra Ari e il padre è segnato dal silenzio. Non c'è un vero scontro tra loro, ma una distanza mai colmata. Il ritorno di Ari, attorno al quale gira tutto il romanzo, avviene troppo tardi, quando la malattia impedisce ogni riconciliazione autentica.
L'aspetto che più ho amato è che nonostante Ari sia il fulcro, il romanzo è profondamente corale. Incontriamo donne forti e marginalizzate, uomini segnati dal lavoro e dal silenzio, giovani pieni di sogni destinati a infrangersi. Le storie individuali si intrecciano con quella collettiva dell'Islanda, un Paese in trasformazione, tra modernità e perdita di identità. La voce narrante stessa sembra muoversi liberamente tra i personaggi, come se volesse restituire una visione complessiva dell'esistenza, più che raccontare una singola storia.
"Abbraccio è senza dubbio la parola più bella di ogni lingua. Usare entrambe le braccia per toccarsi, creare un anello intorno a un'altra persona, unirsi a lei, per un attimo, due persone che diventano una nel flusso della vita, sotto il cielo aperto, e magari un cielo senza Dio. Tutti abbiamo bisogno, in qualche momento della vita, di poter contare su un abbraccio, a volte un bisogno doloroso, un abbraccio che può essere una consolazione, un pianto liberatorio, o un rifugio quando qualcosa si è rotto. Desideriamo un abbraccio semplicemente perchè siamo esseri umani e il cuore è un muscolo sensibile."
Ho conosciuto così la prosa di Stefánsson densa, piena, a tratti quasi ipnotica. Ho trovato tutto nella sua scrittura: dalle disgressioni filosofiche un pò maliconiche fino all'ironia pura, passando per frasi lunghe, cariche di immagini e titoli che sembrano non spiegare niente.. e invece! Capisco certamente i miei compagni d'avventura che si sono sentiti disorientati tra le pagine e i salti temporali, ma io invece in questo ho visto una sfida: quella di lasciarsi prendere dalla storia e dalla voce narrante per arrivare a riflettere su quanto trasmette. Tutto ciò che emerge - i ricordi, i racconti dei nonni, il rapporto con il padre - costituisce per Ari una consapevolezza dolorosa: è il risultato di una storia che lo precede, porta dentro di sé errori, silenzi e desideri non risolti. Il suo ritorno non porta a una vera redenzione, ma a una presa di coscienza: non si può cambiare il passato, ma si può finalmente guardarlo in faccia.
I pesci non hanno gambe è un romanzo sulla memoria e sull'eredità emotiva, sui ricordi e sulla misura dei ricordi, su quanto la realtà sia il frutto di come quei ricordi vengano letti da noi stessi. E' anche un romanzo sulle scelte individuali che, inevitabilmente, portano con sè le esperienze e le vite di coloro che ci hanno preceduto, in una sorta di DNA emotivo che si dipana attraverso il tempo. Non è una lettura semplice, ma proprio per questo riesce a restituire qualcosa di raro: la complessità autentica dell'essere umano.

Jón Kalman Stefánsson, classe '63, nato a Reykjavík. Prima di affermarsi come romanziere, è stato insegnante, bibliotecario, e ancora prima ha lavorato in ambienti molto diversi tra loro - dall'edilizia alle fabbriche di lavorazione del pesce - esperienze che segneranno profondamente la sua scrittura, come si vede anche in questo romanzo. Per diversi anni ha vissuto in Danimarca, luogo che contribuisce ad ampliare il suo sguardo sulla condizione nordica. Esordisce come poeta negli anni Ottanta, e questa origine lirica rimane evidente nella sua prosa: le sue frasi hanno ritmo, respiro, musicalità.
Con la trilogia iniziata con il romanzo Paradiso e inferno (definito il miglior romanzo islandese degli utlimi anni) proseguita con La tristezza degli angeli e Il cuore dell'uomo (sempre pubblicata in Italia da Iperborea) ottiene riconoscimenti internazionali e viene più volte candidato ai maggiori premi letterari europei.
I pesci non hanno gambe è la prima parte di una saga famigliare che si conclude con Grande come l'universo che devo sicuramente leggere.


