Nel cuore del gatto di Jina Khayyer

07.11.2026

L'Iran, le sue donne e il coraggio di essere libere.

È un libro che ho letto un paio di mesi fa, ma che ho avuto bisogno di lasciar sedimentare prima di scriverne. Le sollecitazioni di ciò che accade oggi in Iran e la consapevolezza che la realtà possa essere persino più dolorosa di quella narrata non aiutano affatto. E' un libro che mi ha portato in luoghi lontani, che probabilmente non vedrò mai, lasciandomi addosso il desiderio di approfondire e conoscere meglio la storia che li abita.

Nel cuore del gatto di Jina Khayyer, pubblicato da Iperborea nella traduzione di Silvia Albesano, è tutto questo e anche oltre.

"«Bisharaf! Bisharaf! Bisharaf! Infami! Infami! Infami!» urlano di notte nella mia mano, Sono tanti. Bambini per mano alle loro madri, ragazzine con i capelli lunghi, sciolti, che sventolano in aria i loro veli come bandiere, donne a braccetto, ragazzi, uomini, spalla a spalla, vecchi. Sfilano lungo viale Valiasr, sotto i platani, tra i clacson delle auto e il crepitio dei motorini, nel bagliore dei lampioni dorati. Sono disarmati. A ogni passo le loro voci intrecciano sempre più strette. «Bisharaf! Bisharaf! Bisharaf! Infami! Infami! Infami!» ."  

Tutto prende avvio nel 2022, con la morte di Jina Mahsa Amini, la giovane curda fermata dalla polizia morale iraniana per una presunta violazione delle regole sul velo. La sua morte accende le proteste di un intero paese, guidate soprattutto dalle donne, e dà vita al movimento Donna, Vita, Libertà.

Per Jina Khayyer quella vicenda ha anche un significato profondamente personale. La ragazza uccisa porta il suo stesso nome, un nome che l'autrice aveva sempre creduto quasi inventato e di cui scopre invece il significato: «colei che dà la vita». Una coincidenza che diventa un richiamo, una ferita e, soprattutto, una spinta a raccontare.

Il romanzo intreccia la storia personale dell'autrice con quella di tre generazioni di donne: le zie paterne, le Ammeh, che hanno vissuto la rivoluzione e le trasformazioni del loro paese; Jina stessa, sua sorella Roya; e la giovane Nika, la nipote che appartiene alla stessa generazione di Mahsa Jina Amini. Le loro esperienze si incontrano e si sovrappongono, restituendoci una storia familiare che è anche la storia di un Paese.

Una parte importante del racconto ci riporta al viaggio che Jina compie in Iran nel 2000, quando, ormai adulta, visita per la prima volta la terra dei suoi genitori. È un viaggio di scoperta, di incontri, di profumi, sapori e tradizioni, ma anche l'occasione per entrare in contatto con una realtà molto diversa da quella che aveva immaginato. Le restrizioni sono già presenti e condizionano la quotidianità: come vestirsi, come muoversi, che cosa dire e quali spazi di libertà concedersi. Il controllo del regime entra nella vita delle persone, nei gesti più semplici e nelle scelte che dovrebbero appartenere soltanto a ciascuno di noi.

Quello che mi ha colpita maggiormente è proprio il contrasto tra la brutalità del potere degli ayatollah e la straordinaria ricchezza della cultura iraniana che viene illustrata magicamente e poeticamente da Iman, un personaggio a cui si vuole bene subito, appena comincia a parlare e raccontare. La cosa importante che viene agli occhi è che l'Iran non è il suo regime. È una terra dalla storia millenaria, erede dell'antica Persia, attraversata da tradizioni, poesia, arte e bellezze che sembrano quasi impossibili da conciliare con le imposizioni e la violenza esercitate sulle persone che la abitano.

"L'Iran è un gatto. L'orecchio sinistro segna il confine con la Turchia, sulla punta dell'orecchio sinistro c'è l'Armenia, sull'orecchio destro l'Azerbaigian, se il gatto si volta verso destra, l'orecchio si immerge nel Mar Caspio; la schiena si allunga fino ai confini con il Turkmenistan e l'Afghanistan, in prossimità della zampa posteriore destra inizia il Pakistan, sotto la pancia il Golfo di Oman si infila nello stretto di Hormoz e poi nel Golfo Persico, nel suo cuore batte il deserto, il più caldo della Terra. Davanti al petto c'è l'Iraq."

La lettura non è sempre facile. Ci sono momenti in cui si procede con il fiato sospeso, pensando a Roya e Nika, alle donne che scendono in piazza, a quelle che rischiano tutto pur di non rinunciare alla propria libertà. E ci sono momenti in cui la bellezza di ciò che viene raccontato rende ancora più doloroso il pensiero di tutto quello che è stato negato e continua a esserlo.

Non ho letto questo libro come un semplice racconto di una vicenda politica o come una ricostruzione storica. L'ho letto pensando alle donne, alle loro famiglie, alle generazioni che si passano il coraggio e la speranza, ma anche a tutte quelle persone di cui non conosceremo mai il nome. Dietro ogni notizia, dietro ogni immagine che ci arriva, ci sono vite, affetti, desideri e progetti che rischiano di essere cancellati.

E mentre scrivo queste righe, non posso non pensare anche alla guerra che oggi coinvolge l'Iran e alle altre vite che potrebbe aver spezzato. Il libro racconta un tempo precedente, ma le domande che lascia sono ancora dolorosamente attuali.

Nel cuore del gatto mi ha fatto sentire vicina a una realtà che conoscevo soltanto in parte o quasi per niente. Mi ha ricordato quanto sia facile identificare un paese con chi lo governa, dimenticando la sua gente, la sua cultura e tutto ciò che continua a vivere nonostante la repressione.

Credo che libri come questo siano importanti proprio perchè ci permettono di guardare oltre le notizie, di avvicinarci alle persone e di non abituarci all'ingiustizia. E soprattutto ci ricordano che la libertà non è un privilegio, ma un diritto che non dovrebbe mai essere necessario conquistare pagando un prezzo così alto.

«Non sarà la tua ultima volta qui» dice Roya per consolarmi. «Da adesso in poi devi tornare ogni anno.»

Annuisco e mi sento improvvisamente triste; triste perchè il paese dei miei antenati mi è stato precluso per tanto tempo. Mi sono innamorata di Shiraz. Mi sono innamorata di Persepoli. Mi sono innamorata dei qashqai. Sento crescere in me un senso di nostalgia, di dolore all'dea di non poter dire patria, di non sapere cosa sia una patria.

Jina Khayyer è scrittrice, poetessa, pittrice e giornalista d'arte. Nata in Germania da una famiglia di origini iraniane, vive dal 2006 tra Parigi e la Provenza. Scrive in tedesco, inglese e francese per diverse testate internazionali. Nel cuore del gatto, suo romanzo d'esordio, pubblicato in Italia da Iperborea è stato candidato al Deutscher Buchpreis 2025 e ha ricevuto il Premio Mara Cassen.

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