
Diventeremo Giardino di Daniela Gambino

"Il fornitore dell'acqua minerale ha trovato chiuso. Visto che non capita mai mi ha inviato un messaggio: «Sono qua, che fa, venite ad aprire?» Ho dovuto ignorarlo. Non era il momento.
Lo immagino come l'ho visto tante volte: posteggia il camioncino sotto il pioppo cuoriforme, apre la portiera, scende e si sgranchisce le spalle con un gesto teatrale.
Dice che è rimasto dieci minuti ad aspettare, seduto, a fumare una sigaretta. Me lo ha raccontato la moglie, qualche giorno dopo, quando ha chiamato per le condoglianze."
Inizia così il nuovo romanzo di Daniela Gambino, centododici pagine appena, pubblicato da Nulla Die il 30 luglio 2026. Centododici pagine in cui la Gambino ci porta a esplorare le dinamiche di una famiglia della quale Maddalena, voce narrante, raccoglie l'eredità.
La storia prende il via davanti alla porta chiusa di un ristorante, il Minzunnavu — dal siciliano M'inzunnavu, "ho sognato" —, luogo che racchiude e conserva gesti, vicende e racconti delle persone che conducono a Maddalena. La porta del ristorante è chiusa, la prima volta che accade, perché non è una giornata come le altre: è il giorno del commiato, del saluto finale, contornato da tanti "ciao papà" e da una poesia che Maddalena conosce a memoria.
Da qui prende avvio il racconto di tutto ciò che è accaduto prima di lei, attraverso le vite dei genitori e dei nonni, materni e paterni. Una sorta di ricostruzione familiare, ma soprattutto un viaggio dentro le radici da cui Maddalena proviene.
"Sui miei documenti, alla voce genitore, compare il nome che adesso incideranno sulla lapide.
Il Principe.
Un soprannome nato per caso, affibbiato da ragazzo.
Una 'nciuria, come si dice in Sicilia. Oggi la chiamerebbero un tag, un nickname.
Di 'nciurie, in famiglia, ce n'erano parecchie."
Così prosegue Maddalena, spiegando, approfondendo, partendo da quelli che sono i nomi riconoscibili da tutti, le 'nciurie, rendendo chiari i motivi da cui derivano e i loro significati. Un racconto che racchiude episodi, battute, vicende, tutto ciò che può dare un senso alla sua esistenza e a quelle del Principe, di Iris, di Ada, di Stefano e di tutti gli altri.
È un libro che si desidera leggere e rileggere, in cui le parti da sottolineare, segnare ed evidenziare sono molte. È delicata e diretta la scrittura della Gambino, anche laddove ci sono espressioni siciliane, che per me sono un rafforzativo del significato, se non, a volte, un balsamo. Adoro l'espressione "Talè" per miei sentimenti personali, ma trovo che così come usato voglia significare "guardare più a fondo, approfondire".
E approfondisce davvero, la Gambino.
Chi legge trova davanti a sé immagini, fotografie in seppia, in cui le figure prendono vita, in una giravolta che piano piano riconduce a Maddalena, al suo amore per la cucina, alla sua indole selvaggia — sirbaggiume, appunto —, alla sua forza d'animo. È un viaggio, un racconto, quasi una confidenza che la donna fa senza tralasciare nulla, spingendo a sorrisi, ma anche a lacrime e poi di nuovo a sorrisi. È la scrittura della Gambino che permette questo.
L'avevo già incontrata in un libro pubblicato nel 2023 dalla Revolver Edizioni, La Scighera (ne parlo qui), e ritrovo il suo stile, il suo modo di raccontare. È ironica e pungente, la sua scrittura è pulita e diretta al punto tale che le pagine scorrono e ogni personaggio di cui racconta diventa chiaro, si palesa, quasi sembra di poterlo incontrare.
E proprio questa immediatezza rende ancora più forte il modo in cui vengono raccontate alcune delle vicende più dolorose. Anche davanti alla tragedia la Gambino non indugia, non ha bisogno di sottolineare il dolore: lo sfiora, lo lascia lì, e proprio per questo il lettore ne percepisce tutta la gravità.
In centododici pagine gli appunti, gli spunti, le parole, gli odori sono tanti e sono pieni di sorprese, diventano familiari. Come l'odore del cibo cucinato, che inebria o infastidisce — solo a Severina, in realtà —, una casa trasformata in un ristorante con le porte sempre aperte, sempre accogliente come la famiglia, piena di sfaccettature, di diverse forgia che si uniscono, a sentimento. Così come gli odori che nonno Stefano accosta quando prepara le sue pietanze, che non sono da regole d'Accademia, ma hanno un cuore.
E forse è proprio questo uno dei fili che attraversano il romanzo: il sentimento viene fuori, per forza. Lo si trova negli amori, negli innamoramenti di Stefano e Ada, di Matteo e Iris, e poi in quello di Maddalena. Lo si trova nei legami, nelle scelte, nelle stranezze e anche nella parte più dolorosa di questa famiglia. Una famiglia nella quale la follia non è insita soltanto, come dice Maddalena, in Matteo Il Principe. Anzi, forse lui è quello che più di tutti riesce a vedere le cose belle, anche se lo fa a modo suo. Il padre che se ne va all'inizio del racconto, per tutto il racconto impera, impregna, compare e scompare. È l'anima attorno alla quale tutto torna. Il Principe si riconosce solo nel suo essere, nel suo modo di camminare, di guardare, di sorridere, quando lo incanti con una Forst o passando con una certa auto che lui riconosce, senza sapere perché.
"Di solito era avvolto in un poncho di lana colorato da cui spuntavano jeans lerci e occhi spirdati. Parlava da solo e procedeva a passo svelto. Mulinava le braccia, si faceva notare. Qualche volta camminava all'interno della pista ciclabile della Favorita, così stretta che i ciclisti, quando se lo ritrovavano davanti, urlavano «amunì, ti levi?»"
È così che la Gambino costruisce i suoi personaggi: attraverso piccoli gesti, dettagli, parole, odori. E alla fine diventano familiari anche a noi. "Una grande storia familiare in cui la natura custodisce ciò che il tempo non può cancellare" è quel che recita il sottotitolo. E questo romanzo lo fa: custodisce, ottempera al suo compito.
L'autrice confessa che questa storia c'era da molto tempo, che doveva trovare la giusta strada e che così l'ha trovata. Dà voce a tanti personaggi straordinari nella loro semplicità, capaci di seguire il loro istinto, il loro sentimento, la loro natura. Diventeremo Giardino è una ricostruzione del proprio modo di essere, di ciò che è stato trasmesso attraverso tante piccole radici. E forse è proprio qui che il titolo trova il suo significato più profondo.
Quel "diventeremo" guarda al futuro partendo dal passato. Maddalena attraversa le vite di chi è venuto prima di lei, ne raccoglie le voci, i gesti, gli odori, gli amori, le stranezze e i dolori. Ricostruisce la propria storia per arrivare a comprendere la propria strada. Le radici non servono soltanto a ricordare da dove veniamo. Servono anche a capire cosa possiamo diventare.
E quando si arriva alle ultime pagine, la ricostruzione è compiuta. Maddalena sa cosa vuole, ha trovato la sua strada, così come la storia ha trovato la sua. Diventeremo Giardino è un bel viaggio attraverso una famiglia e le meravigliose voci che prendono vita nei ricordi di Maddalena. È poetico negli amori, doloroso quando la vita mostra il suo volto più difficile, ironico e a tratti folle.
E alla fine lascia una sensazione precisa: quella di aver conosciuto persone che, pur appartenendo a un'altra storia, sono diventate un po' familiari anche a noi.


