
Il rivoluzionario e la maestra di Gaja Cenciarelli

"Di queste mura conosco ogni millimetro. Sono la mia pelle, i miei pensieri, i miei anni. L'anno scorso, poco tempo dopo la morte di mia madre, è arrivata una raccomandata con ricevuta di ritorno. L'ho letta, l'ho infilata sotto la tastiera del computer perchè mio padre non la vedesse. Ho accarezzato le pareti del corridoio, passando. Ho appoggiato la mano sul muro, era il mio abbraccio. "
Quando si parla di romanzi che intrecciano storia collettiva e ferite private, il rischio è quasi sempre quello di un disequilibrio: o si cade nel documentario travestito da narrativa, oppure nel melodramma che usa la Storia come semplice sfondo. Il rivoluzionario e la maestra di Gaja Cenciarelli (Marsilio, 2026) riesce invece in qualcosa di molto più difficile: tenere insieme la memoria politica, il dolore personale e la precarietà contemporanea senza trasformare nessuno di questi elementi in slogan. Consegna il tutto in una dimensione personale, intima e - per questo forte - difficile da trovare in altri testi.
Il romanzo prende l'avvio da Roma. Siamo nel 2015 con la maestra alle prese con il primo trasloco, a cui seguiranno altri. In queste prime pagine la protagonista racconta gli accadimenti che la scardinano dalla casa che considerava sua, per quanta vita, quante vicessitudini, quante esperienze, quante parole erano contenute in quelle quattro mura. Li racconta come li ha vissuti. Come uno strappo.
Subito dopo veniamo rimbalzati a Montevideo nel 1984 nell'Ospedale militare del Penal de Libertad con Adolfo. E' Adolfo Wasem che con Sonia Mosquera, sua moglie, milita nei tupamaros uruguaiani. Sono stati sequestrati nel 1972 dalla dittatura militare e sottoposti per anni a torture e isolamento nei famigerati "calabozos", prigioni sotterranee, strette, anguste, isolate.
Gaja Cenciarelli quindi racconta parallelamente una donna della Roma contemporanea e due prigionieri politici di una delle dittature più terribili della Storia recente. Una maestra precaria, economicamente fragile, costretta a traslochi continui, alla perdita progressiva di stabilità, relazioni, punti fermi. Un rivoluzionario rinchiuso in carceri sotterranee, inviolabili, costretto al buio, a continui spostamenti, torture e sevizie, in preda all'obiettivo dei suoi carcerieri di ridurlo alla pazzia.
In un continuo passaggio dalla Roma contemporanea all'Uruguay degli anni '70 vengono messe in relazione due forme di prigionia apparentemente lontanissime: da una parte la detenzione fisica, brutale, disumana della dittatura uruguaiana, dall'altra la prigionia economica ed emotiva del presente. La precarietà abitativa della protagonista, il sentirsi continuamente "fuori posto", la sensazione di vivere ai margini di tutto, finiscono per dialogare con la storia dei desaparecidos. Tutto senza mai risultare un paragone forzato. Le vicende si susseguono in un crescendo emotivo che difficilmente permette soste.
Ma cos'è che unisce veramente le due condizioni?
Molte recensioni, certamente più autorevoli di questa mia, insistono sul tema della libertà come filo invisibile che unisce tutte le storie del libro: la libertà desiderata, la libertà patita, la libertà di sentirsi sé stessi. Può essere difficile pensare al concetto di libertà ponendo sullo stesso piano una donna dei giorni nostri con i tupamaros uruguaiani, ma quel che funziona in questo libro è proprio questo dualismo. Un dualismo che si verifica nel sentire le proprie condizioni, nelle rinunce, nell'assenza di mura proprie in cui costruire sé stessi, in cui essere sé stessi, quindi liberi di essere. Lo sdradicamento che viene provocato dall'insurezza è totale, nell'uno e nell'altro caso.
Il testo funziona quando la narrazione stacca dalla brutale condizione di Adolfo e Sonia e inizia a parlare della maestra, e con lei anche di noi: delle nostre rinunce quotidiane, della paura di perdere il lavoro, la casa, la direzione, perfino il linguaggio per raccontare il dolore. Solo confrontandoci con la condizione dei giorni nostri che la maestra racconta e vive, può essere capita e compresa fino in fondo l'assenza di libertà.
"Vivevo in una casa, Camino Carrasco n. 4096, con mio marito e mio figlio - Fito, il mio piccolo Adolfo, il dolore che non mi consento di provare perchè non posso crollare, devo restare salda anche per il suo papà. Di spazio personale ne avevo poco, ne ho sempre avuto poco. Ma quei confini li avevo disegnati io, con la mia vita e le mie scelte ..... Quelle mura erano intessute delle nostre vite, del nostro amore, di ogni nostra risata e di ogni nostra crescita." Montevideo 1972 - 1977 Paso de los Toros, Sonia.
La scrittura di Gaja Cenciarelli ha qualcosa di spigoloso e, insieme, di empatico. Non cerca mai la frase bella a tutti i costi, ma costruisce una lingua molto fisica, fatta di stanze, di corpi, di muri, di scatoloni e di silenzi. Anche quando racconta la tortura, evita il dettaglio atroce seppur spinge il lettore ad immaginarlo e a sentirlo: perchè ciò che interessa l'autrice è - probabilmente - l'effetto della violenza sulla mente, sulla percezione del tempo, sulla possibilità di continuare a sentirsi esseri umani.
Restare lucidi. Conservare le parole. Ricordarsi chi siamo. Continuare a immaginare un futuro quando tutto è stato ridotto al buio. Questi sono gli aspetti che il libro mette in evidenza e che unisce la maestra e il rivoluzionario (entrambi i rivoluzionari) in due tempi diversi, in un incontro metafisico e interiore. La struttura narrativa contribuisce molto alla riuscita di questo incontro. Il passaggio tra Uruguay e Roma e viceversa, tra passato e presente, tra memoria storica e vita quotidiana, fa intendere come la storia dei tupamaros si inserisca nella realtà della maestra. Lei legge un libro trovato al mercatino dell'usato per cinquanta centesimi e non può evitare di farlo, evitare di pensare a quell'incontro. Si tratta di Memorie dal calabozo (un epistolario tra Mauricio Rosencof ed Eleuterio Fernandez Huidobro) e le fa scoprire la storia dei tupamaros e dell'Uruguay, le parla, diventa una storia che la riguarda.
E' così che le due storie si parlano, non si sovrastano e non competono tra loro. La storia dei tupamaros è lì, chiara, diventa conoscenza, verità, entra nel quotidiano della maestra e persiste nel suo sentirsi estranea ai luoghi, fragile, quasi senza voce. Persiste ancora più forte quando durante i continui traslochi che è costretta a fare, deve sdradicare i ricordi dagli scatoloni, lasciare andare oggetti e ricordi, eliminare il superfluo.
Ma cosa resta di una persona quando il superfluo viene eliminato? è anche in questa riflessione che i fili delle storie trovano una unione. Ed è a questa riflessione che spero giunga chi legge Il rivoluzionario e la maestra di Gaja Cenciarelli.
Chi cerca una narrazione storica più rigorosa e documentata sull'Uruguay e su quell'epoca non deve farlo in questo libro; questo racconto, originale e autentico, mostra come certe storie parlino ancora oggi, possono farsi sentire e trovano la propria voce. Quel che accade qui è una presa di coscienza di come la libertà non sia una garanzia, di come il dolore non sempre fortifica, di come restare fedeli a sé stessi sia una pratica difficile.
Ho letto questo libro insieme al mio amato Bookclub Senza Titolo di cui l'incontro è avvenuto il 19 maggio, giorno del compleanno dell'autrice: un caso che è diventato un omaggio.
E' stato un incontro fiume in cui le molte sfaccettature del libro sono state esplorate, discusse, dibattute e non tutte sono andate nella stessa direzione. Ma questo è il fascino che provocano le pagine nell'incontro con lettrici e lettori, le opinioni sono per forza diverse e anche contrarie ma insieme costruiscono e crescono. Questa che ho raccontato è la mia lettura personale.

Gaja Cenciarelli è scrittrice, traduttrice e insegna lingua e letteratura inglese. Nata a Roma, vive e lavora nella capitale. Prima de Il rivoluzionario e la maestra (che è stato proposto al Premio Strega 2026 e nella mia cinquina ideale c'era) ha pubblicato diversi romanzi e racconti tra cui Extra omnes. L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi (2006), Sangue del suo sangue (2011), Pensiero stupendo nasce un poco strisciando (2015), La nuda verità (2018), Domani Interrogo (2022) da cui è stato tratto il film omonimo in cui l'attrice Anna Ferzetti interpreta il ruolo principale (cliccando qui leggerete il mio parere) e infine A scuola non si muore (2024). Oltre alla narrativa ha collaborato ad antologie di racconti, scritto interventi critici e contribuito con traduzioni di autori come Edith Wharton, Margaret Atwood, Flannery O'Connor e altri.
Il mio obiettivo (che sto tentando di raggiungere) e di avere ospite Gaja Cenciarelli e di poter organizzare anche un confronto con le lettrici e i lettori del bellissimo Bookclub Senza Titolo. Chissà.


