La memoria delle foglie di Gianni Solla

09.07.2026

"Sull'insegna c'è scritto <Oasi Eden>, ma il nome è Oasi Edena. Edena è mia madre anche se mio padre la chiamava Dadda. L'ultima lettera caduta lascia una ferita.

Il vivaio non si vede dalla strada. La curva che lo nasconde ne ha determinato la natura riservata, e io, mia madre e mio padre ci siamo adattati finendo per assomigliargli. Non ci sono cartelli che lo indicano, solo l'insegna che compare troppo tardi, quando si è già deciso di andare verso le palazzine che da quel punto del cancello mostrano la schiena nuda di cemento."

Quando si legge un romanzo di Gianni Solla si ha sempre la sensazione di entrare in una storia che esisteva già prima che qualcuno decidesse di raccontarla; aprire la prima pagina è come una porta che si apre su una scena che era già lì, pronta per essere osservata e alla quale bisogna prestare attenzione. È una sensazione che ho avuto anche leggendo i suoi precedenti libri (Tempesta Madre Einaudi-2021, Il ladro di quaderni Einaudi-2023) e che torna, forse con ancora maggiore naturalezza, ne La memoria delle foglie.

Bastano poche righe perché il lettore entri nell'atmosfera del romanzo. 

La voce narrante è quella di Lorenzo, lo incontriamo nel vivaio che era stato dei suoi genitori, ce lo dice immediatamente. Siamo alla periferia di Napoli, arriva lì forse per caso, ma è in un momento molto difficile - un altro momento molto difficile della sua vita - ha appena perso il suo lavoro in una azienda importante che lo vedeva spesso in viaggio. Entra in quel luogo ed è quasi come un ritrovare le sue cose e i suoi ricordi perchè poco è cambiato. Adesso il vivaio è di Renato, lo gestisce da solo perchè la persona che lavorava con lui ha lasciato il posto.

Il ritorno di Lorenzo nel vivaio dove è cresciuto rappresenta il momento in cui qualcosa cambia. Quello che potrebbe sembrare un semplice luogo della memoria diventa invece uno spazio vivo, capace di riportare a galla ricordi, gesti, parole e perfino i nomi che il padre aveva inventato per alcune piante e che i clienti continuano ancora a usare (capatosta, stecconi, fetusi, zitti-zitti, spaccamuro). È un dettaglio apparentemente piccolo, ma racconta molto del romanzo: ciò che lasciamo agli altri sopravvive spesso nei modi più impensati. 

Lorenzo ha perso qualche anno prima la moglie Arianna, una morte improvvisa che ha lasciato molte cose a metà, soprattutto una famiglia a metà. Hanno avuto due figli, Roberta e Tommaso, ma il rapporto tra loro e il papà non è intenso e assiduo come si potrebbe desiderare.

"Siamo una di quelle famiglie che non è riuscita a superare ciò che le è accaduto. Facciamo parte della maggioranza. Si va avanti comunque perchè le cose continuano ad accadere. La differenza sta in quanto si è in grado di ripararsi. Ci siamo riusciti singolarmente, intendo che ognuno di noi tre è riuscito a trovare la maniera di sopravvivere, ma assieme, come organismo, non ce l'abbiamo fatta." 

Roberta e Tommaso sono ormai adulti e cresciuti seguendo strade diverse, mentre lui sembra essere rimasto fermo in un tempo che non passa davvero. È un dolore silenzioso, che non esplode mai, ma continua a sedimentare.

Così aprendo le pagine di questo libro iniziamo un viaggio dentro la storia di Lorenzo. Non è un percorso nostalgico e neppure un tentativo di recuperare ciò che è stato. È piuttosto una lenta presa di coscienza. I ricordi del vivaio lo costringono a guardare anche il presente, il rapporto con i figli, ciò che è rimasto in sospeso dopo la morte di Arianna e tutto quello che, negli anni, non è riuscito a dire.

Uno degli aspetti che più mi hanno colpita è proprio questo: La memoria delle foglie sembra parlare del passato, ma in realtà guarda ostinatamente al futuro. Il titolo potrebbe far pensare a un romanzo costruito sul ricordo, invece la memoria, in queste pagine, non è il luogo in cui rifugiarsi, è il punto da cui ripartire. Le foglie esistono perché esistono le radici. Le radici custodiscono ciò che siamo stati, ma le foglie cercano sempre la luce. Mi è sembrato che fosse questa l'immagine più bella del libro: la memoria non serve a trattenere il passato, serve a permettere alla vita di continuare a crescere.

Anche per questo il vivaio non è soltanto un'ambientazione. È casa, appartenenza, identità. È il luogo dove tutto ha avuto inizio e dove Lorenzo riesce finalmente a riconoscere quello che, fino a quel momento, aveva continuato a evitare. Accanto a questo percorso interiore ci sono i rapporti umani, che Solla costruisce con una naturalezza rara. Roberta e Tommaso non sono semplicemente i figli del protagonista, ma due modi diversi di affrontare la perdita. Renato e sua moglie Barbara, che hanno rilevato il vivaio, rappresentano quella famiglia che non nasce dal sangue ma dalle scelte, dall'accoglienza e dalla capacità di fare spazio agli altri. Anche Ester, una figura che entra nella storia con discrezione, ricorda che la vita continua a offrire possibilità anche quando si pensa che tutto sia ormai compiuto.

Sono personaggi che non hanno bisogno di grandi gesti per diventare credibili. Solla li consegna al lettore con i loro dubbi, le loro fragilità e le loro imperfezioni, lasciando che siano le azioni quotidiane a raccontarli. Quando si chiude il libro si ha la sensazione che continuino a vivere oltre l'ultima pagina e che stiano ancora lì tra il vivaio e gli altri luoghi.

C'è poi un tema che attraversa tutto il romanzo e che, forse, è quello che mi ha lasciato di più: il valore delle parole.

Lorenzo e Arianna si erano dati un compito semplice solo in apparenza: trovare dieci parole da lasciare ai figli, dieci parole capaci di accompagnarli nella vita. È una sfida che rimane sospesa per molto tempo, ma che diventa il cuore stesso del romanzo.

Quelle parole non sono un elenco, ma diventano un'eredità.

Solla sembra suggerire che le parole abbiano un peso, che possano orientare, proteggere, perfino salvare. Non sono semplici strumenti per raccontare il mondo: sono il modo con cui impariamo ad abitarlo. Ed è qui che, secondo me, emerge uno dei messaggi più profondi del romanzo: il-non-detto non protegge nessuno, le cose taciute non si risolvono da sole, continuano a vivere dentro chi le porta. Le parole, invece, anche quando arrivano tardi, hanno ancora la possibilità di costruire.

Ci sono pagine dedicate a questo tema che ho trovato tra le più intense del libro e che raccontano meglio di qualsiasi spiegazione quanto Solla creda nella forza del linguaggio. È la consapevolezza che le parole non cambiano ciò che è accaduto, ma possono cambiare il modo in cui impariamo a conviverci. Forse è anche per questo che la sua scrittura arriva con tanta naturalezza. Non cerca mai l'effetto, non forza l'emozione, ma lascia che siano i dettagli, gli oggetti, i dialoghi e perfino i silenzi a fare il loro lavoro. È una prosa limpida, essenziale solo in apparenza, costruita con un'attenzione quasi artigianale nella scelta di ogni parola.

Alla fine del romanzo rimane la sensazione che il dolore non scompaia mai del tutto e forse non deve nemmeno farlo. Lorenzo comprende che la sua famiglia non è riuscita a superare ciò che le è accaduto, ma scopre anche che vivere non significa cancellare una perdita, dimenticare o annullare quel che è stato, ma significa trovare un modo nuovo di stare al mondo.

È questo che rende La memoria delle foglie un romanzo profondamente luminoso. Non racconta una felicità facile, ma mostra come sia ancora possibile immaginare un domani, .

Per questo, chiudendo il libro, ho avuto la sensazione che il titolo dicesse molto più di quanto sembra: le foglie sono ciò che vediamo, ciò che cresce, ciò che cambia con le stagioni. Le radici restano invisibili, custodiscono la memoria e tengono in piedi l'albero. Senza quelle radici non esisterebbero le foglie. Ma senza le foglie, le radici non avrebbero un futuro.

E forse è proprio questa l'immagine che, secondo me, Gianni Solla affida ai suoi lettori: la memoria non è il luogo in cui fermarsi. È il luogo da cui si riparte.

Avendo letto i suoi ultimi tre romanzi, penso di poter dire che la sua scrittura va nella direzione della costruzione di quel che viene dopo, lascia aperte le porte verso un qualcosa che deve arrivare immaginando di poter incontrare, magari in giro per Napoli o altrove, Lorenzo, Roberta e Tommy (lui magari ad una presentazione visto che è uno scrittore), ma anche Jacopo di Tempesta Madre o Davide de Il ladro di quaderni

Dopo quanto ho scritto, mi concentro un pò su quello che arriverà domani: Gianni Solla sarà ospite a Giulianova alla Rassegna Letteraria Fuori Pagina di Quid e avrò l'onore di chiacchierare con lui insieme alla mia amica Rita Chiappini. Sicuramente vi racconterò ancora. 

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