Nel sangue ho solo il tempo di Ilaria Vajngerl

05.04.2026

"I gerani non sono bei fiori, se li guardi da vicino ti accorgi che sono sempre troppo radi, simili ai capelli degli uomini quando invecchiano.

Il venerdì osservo dall'alto le teste dei passanti muoversi tra le bancarelle, in estate il mercato si riempie già dal mattino presto, l'odore della strada entra in salotto e sveglia Clementino, che sale sul letto con un balzo. Mi sfiora le dita, poi sfrega la testa contro le mie mani. Raccolgo il suo affetto con cautela, perché è un gatto volubile che si diverte a sedurmi per poi scomparire." 

Raramente un incipit riesce a contenere con tanta naturalezza il respiro intero di un romanzo. In queste righe iniziali di Nel sangue ho solo il tempo, Ilaria Vajngerl mette già in scena lo sguardo ironico e disincantato sulle cose, il pensiero costante del tempo che passa, la solitudine abitata del quotidiano, la fragilità dei legami e, anche, quella precisione sensibile che caratterizza la sua scrittura.

Chi ha letto il precedente libro di racconti dell'autrice - Le Magie (di cui ho parlato qui) - ha già avuto modo di cogliere una voce narrativa matura, pienamente consapevole dei propri mezzi. Questo romanzo ne offre una conferma netta. La Vajngerl possiede infatti una qualità non comune: sa muoversi dentro temi profondi senza appesantirli, affidando al dettaglio minimo, all'immagine improvvisa, ai gesti misurati, un'intensità che molti cercano - a volte anche invano - con pagine più folte.

La protagonista, Gioia, è una donna anziana che osserva la propria esistenza in una sorta di flusso di coscienza che attraversa le pagine e restituisce con chiarezza lo stato d'animo. Il presente si restringe agli spazi della casa, al mercato visto dalla finestra, alla compagnia intermittente del gatto Clementino. Ma proprio mentre il mondo esterno sembra farsi più distante, la memoria prende forza e chiama a raccolta ciò che davvero conta: i genitori, il rapporto complesso con la madre, il figlio che vive lontano, il marito, le amicizie che il tempo dirada, il dolore per la perdita delle persone care.

Attraverso la voce di Gioia, la Vajngerl costruisce una riflessione limpida sull'età adulta e sulla vecchiaia, raccontata senza compiacimento né retorica. Non c'è alcuna indulgenza sentimentale, nessuna consolazione. C'è invece la lucidità di chi sa che la vita, guardata a distanza, si misura nei rapporti vissuti, nelle assenze che restano, nelle parole dette troppo tardi o mai pronunciate. Ed è uno dei pregi di questo libro che in poche pagine, poco più di 130, riesce ad aprire spazi interiori vastissimi. Durante la lettura ci si ritrova - quasi senza accorgersene - a interrogarsi sulla propria storia personale, a ripensare ai legami familiari, alle perdite, alle lontananze, a tutto ciò che il tempo consuma e insieme conserva.

Anche sul piano narrativo il romanzo mostra una costruzione sapiente. L'autrice non espone mai tutto, non spiega oltre il necessario, preferisce suggerire, disseminare tracce, lasciare zone d'ombra. È proprio questa misura a rendere particolarmente efficace la svolta finale, che sorprende senza apparire ccostruita e illumina quanto era rimasto in filigrana. Un esito che conferma l'intelligenza compositiva dell'autrice e la sua capacità di affidarsi all'intuizione di chi legge, alimentando il gusto della lettura.

Lo stile colpisce per sobrietà e precisione, in un panorama che spesso è incline all'eccesso (di parole, aggettivi, personaggi, vicende). La Vajngerl sceglie la sottrazione e da essa ricava la giusta forza emotiva, riuscendo ad evocare molto dicendo poco. Non è forse un caso che il testo nasca da un originario impianto teatrale messo in scena in collaborazione con Lorenzo Maragoni; era un monologo intitolato Il ciclo in cui l'attrice Laura Serena interpretava Gioia. Nella stesura del romanzo l'autrice ha dovuto certamente aggiungere scene, momenti, ricordi così da ottenere un ciclo adatto al taglio editoriale, ma nella voce di Gioia si avverte una qualità quasi scenica, fatta di discorso interiore, frammenti, pause e silenzi.

Infine quindi Nel sangue ho solo il tempo è un romanzo intimo e insieme universale, capace di parlare della memoria senza nostalgia e della vecchiaia senza stereotipi. Un libro breve, denso, silenzioso solo in apparenza, che continua a lavorare dentro il lettore anche dopo l'ultima pagina.

Ho letto questo romanzo a marzo, nei giorni in cui veniva pubblicato dalla Galaad Edizioni ed è stato molto bello ritrovare la scrittura della Vajngerl che mi aveva colpita con la raccolta di racconti Le magie. Mi auguro che continui a scrivere romanzi: la sua cifra stilistica può trovare spazio necessario, in un tempo in cui c'è sempre più bisogno di fermarsi a riflettere, anche - soprattutto - attraverso la letteratura. 

Non ho avuto modo di incontrare l'autrice, ma ho assistito online ad una intervista con l'amico Paquito Catanzaro per Il lettore medio e la condivido con molto piacere. 

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